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Un ultimo sussulto d'odio per Artaud
di Tiziano Fratus

Lo scorso 30 settembre, al Teatro Piccolo Arsenale, il pubblico ha avuto l’occasione di sentire e di vedere in scena Un avatar del diavolo, spettacolo in prima assoluta basato sui brani de Pour en finir avec le jugement de Dieu e altri testi di Antonin Artaud. Un Artaud biliare, capace di vomitare sul pubblico un’amarezza insanabile e inappagabile, una condanna morale, esistenziale, sociologica che non lascia spazio al dubbio, margine alla salvezza, al riscatto. Il brano venne registrato dallo stesso Artaud per la radio francese che lo censurò prima della messa in onda. Il testo è stato quindi selezionato dal compositore Roberto Doati (classe 1953), proposto al videomaker Paolo Pachini e al regista teatrale Giuseppe Emiliani. Il progetto nasce quindi come sintesi del lavoro di tre linguaggi specifici, come è oramai divenuto caratteristico di talune forme di musical, di teatro spettacolare, dell’opera contemporanea, del teatro musicale. Uno spettacolo che necessita di intersezioni, di comunicazioni fra linguaggi, di codificazioni frapposte. Un avatar del diavolo si presenta in apertura come una proiezione in tempo reale di video, di codificazioni grafiche e musicali, di elaborazioni e rielaborazioni sonore condotte attraverso macchine sonore specifiche nel momento stesso dell’esecuzione attoriale. Uno spettacolo dunque al contempo elaborato e dal vivo. Il lungo preambolo presenta una trasfigurazione digitale dell’interprete maschile, Giorgio Bertan, nei panni di Antonin Artaud, che esegue alla maniera dell’autore francese la prima parte di questo suo inno disperato e straziante. L’invettiva travolge con suoni lo spettatore che quindi inizia a prepararsi ad uno spettacolo che si insinuerà nel suo punto di vista. I video, proiettati su due pannelli sovrastanti, talvolta in armonia con una altro video trasmesso sullo sfondo della scena, in basso, assolvono ad una funzione decorativa, talvolta accompagnando l’esecuzione teatrale, talvolta occupando pienamente la scena. Lo spazio nero in cui si agitano i due interpreti, Bertan e Marta Paola Richeldi, viene suddiviso continuamente da movimenti laterali di pannelli (cinque in totale), che sezionano lo spazio modificando le distanze e i volumi. Non convince però la scelta di portare la voce degli interpreti oltre la soglia dell’ascolto, con una figura maschile che non fa altro che gridare, annullando così ogni possibilità di ricevimento da parte del pubblico, sia per quanto concerne il contenuto testuale, sia per quanto riguarda la soglia di tolleranza dell’orecchio umano; la scelta espressionista adottata da Emiliani per la vocalizzazione va in una direzione opposta rispetto a quella adottata in differenti spettacoli del teatro italiano degli ultimi due decenni: in presenza di una drammaturgia versificata, connessa tramite le sonorità della lingua scritta e ossidata dall’azione erosiva e modellante dell’aria (come era per l’appunto quella di Artaud, o quella di un nostro Giovanni Testori, di un Enzo Moscato, di un Franco Scaldati, di un Nevio Spadoni), le scelte registiche sono andate verso una veicolazione lenta, corale, della testualità, del materiale verbale che quindi viene trasmesso mediante cori e azioni monologanti oculate, e non facendo leva in maniera esclusiva sulla veemenza, sul grido lancinante. E non convince l’esecuzione drammatica, da figura femminile della tragedia greca, che la Richeldi inscena, sia per evidenti pecche nella pronuncia della lingua francese, sia, soprattutto, per quanto riguarda uno stare in scena che non lascia spazio ad interpretazioni, a raffigurazioni, a identificazioni specifiche. Chi incarna, chi è e perché questa figura vestita di nero? Lo spettacolo inizia a farsi vivo e piacevole quando gli attori abbandonano la scena e lo spazio viene lasciato ai video, in una serie di riprese che mostrano una donna intenta in un lungo bacio e “assaggio” con fiori, frutta e carne. Scene ben supportate dalla massa di suoni prodotti. Video molto affascinanti, sebbene resti il dubbio sul loro significato rispetto alla scelta centrale del testo di Artaud. L’ultimo passaggio della coppia di attori non aggiunge nulla allo spettacolo. In scena sono comparsi anche tre oggetti sonori, una sedia, un fondale ed una radio (dalla quale è stato trasmesso anche un brano, una citazione, da Visage di Luciano Berio). Il loro utilizzo, a parte la radio, è però sembrato insoddisfacente, non indicativo, tanto che la loro potenzialità espressiva è passata inosservata ai più. Restano due dubbi: il primo riguarda la politica di programmazione e gestione di questo tipo di eventi da parte della Biennale Musica, oramai abituata a dare spazio a tali forme di espressione multidisciplinare, ma che ha lasciato a questo ensemble di registi una manciata di giorni per provare insieme, per integrare appieno le soluzioni specifiche adottate. Il secondo riguarda la scelta vincolante della lingua francese, nonostante una produzione totalmente italiana ed un titolo, dello spettacolo, per l’appunto in italiano.

 

 

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